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App epic fail: gli errori app che fanno davvero paura ad Halloween
Ci sono storie dell’orrore che iniziano con una casa abbandonata, mentre quelle della Silicon Valley, qualche volta, iniziano con una presentazione piena di grafici che salgono. Per Halloween facciamo quindi qualcosa di diverso. Niente app da scaricare: apriamo l’archivio delle app epic fail per osservare cinque casi realmente accaduti e cinque modi completamente diversi di sbagliare un prodotto digitale.
Perché gli errori app più interessanti raramente nascono da un pulsante che non funziona, ma quando si confonde una buona tecnologia con un buon prodotto, la crescita con il valore o una nuova interfaccia con un’esperienza migliore.
Indice dei contenuti
- 1 App epic fail | Color: 41 milioni prima ancora di sapere se serviva
- 2 Path: quando la promessa del prodotto entra in conflitto con il prodotto
- 3 App epic fail | IRL: quando la crescita diventa una scenografia
- 4 Quibi: progettare perfettamente per un’abitudine che forse non esiste
- 5 Snapchat: quando cambiare significa rompere un’abitudine
- 6 App epic fail: il vero horror non è fallire, ma non ascoltare
App epic fail | Color: 41 milioni prima ancora di sapere se serviva
Marzo 2011. Instagram esiste da pochi mesi e la fotografia mobile sta diventando un nuovo linguaggio sociale. In questo scenario arriva Color con qualcosa di radicale: niente amici da aggiungere o persone da seguire. L’app costruisce automaticamente una rete intorno a chi si trova fisicamente vicino e permette di vedere le fotografie scattate nella stessa zona. Prima del lancio raccoglie 41 milioni di dollari: una cifra enorme per una startup senza utenti.
Ma qui compare il primo paradosso: un’app basata sulle persone vicine diventa poco interessante quando… non ci sono abbastanza persone vicine che la usano! Al debutto emergono inoltre problemi di comprensione dell’interfaccia e Color interviene rapidamente aggiungendo persino etichette alle icone per renderne più chiara la navigazione. Seguono ripensamenti e rilanci. Alla fine, sul sito compare l’annuncio: l’app non sarà più disponibile dopo il 31 dicembre 2012.
Il problema di Color non era l’assenza di ambizione, ma il contrario (quasi): stava progettando per una rete già popolata prima di aver conquistato il primo utente.
Path: quando la promessa del prodotto entra in conflitto con il prodotto
Path nasceva da un’intuizione quasi opposta a quella dei grandi social: meno persone, relazioni più intime, uno spazio personale dove condividere momenti della propria vita. Proprio per questo ciò che avvenne con la privacy risultò particolarmente significativo.
Nel 2013 la Federal Trade Commission statunitense accusò Path di aver raccolto informazioni dalle rubriche degli utenti senza che questi ne fossero adeguatamente informati. Contestò inoltre la raccolta di dati personali relativi a circa 3.000 utenti sotto i 13 anni senza il necessario consenso dei genitori. L’accordo prevedeva una sanzione civile di 800.000 dollari e un programma di verifica della privacy.
Non è solo una storia di compliance: Path vendeva intimità e fiducia e proprio lì si è verificata la frattura. Una lezione ancora fortemente attuale: la privacy non è una pagina legale nascosta nelle impostazioni. Se un’app vive della fiducia dell’utente, la privacy fa parte dell’esperienza utente.
App epic fail | IRL: quando la crescita diventa una scenografia
Il nome completo era quasi programmatico: In Real Life. Un social pensato per favorire comunità, eventi e connessioni tra persone. Poi arriva uno dei casi più surreali della storia recente delle piattaforme social. Dopo la rimozione del CEO Abraham Shafi, un’analisi forense commissionata da un comitato speciale del consiglio concluse che il 95% degli utenti per i quali erano disponibili dati dettagliati era probabilmente costituito da bot.
Nel 2024, l’autorità statunitense di vigilanza sui mercati finanziari, la SEC, ha inoltre accusato Shafi di aver ingannato gli investitori sulla crescita della piattaforma. Secondo l’autorità, IRL aveva raccolto circa 170 milioni di dollari presentandosi come un social cresciuto viralmente fino a circa 12 milioni di utenti, mentre milioni erano stati spesi anche in campagne che incentivavano i download. Si tratta di accuse formulate dalla SEC, non di una sentenza definitiva.
Questo caso apre una domanda più grande: quando una metrica smette di misurare il prodotto e comincia a sostituirlo? Download, account e grafici possono crescere. Ma dall’altra parte dello schermo devono ancora esserci persone.
Quibi: progettare perfettamente per un’abitudine che forse non esiste
Quibi aveva praticamente tutto. Jeffrey Katzenberg, Meg Whitman, Hollywood, grandi star, produzioni costose, con circa 1,75 miliardi di dollari raccolti. L’idea era chiara: contenuti premium divisi in episodi sotto i dieci minuti, progettati soprattutto per essere guardati sullo smartphone durante i piccoli vuoti della giornata.
Il 6 aprile 2020 Quibi debutta proprio mentre milioni di persone sono chiuse in casa per la pandemia. Un prodotto costruito intorno alla fruizione “on the go” entra quindi nel mercato nel momento in cui il mondo smette improvvisamente di andare da qualche parte. Ma attribuire tutto al Covid sarebbe troppo semplice.
Alcune analisi dell’epoca evidenziarono anche un problema di metodo: Quibi era stato lanciato con investimenti enormi in contenuti e marketing, più come un blockbuster hollywoodiano che come un prodotto digitale da testare, osservare e correggere progressivamente.
Sei mesi dopo arrivò l’annuncio della chiusura. Gli stessi fondatori ammisero che l’idea poteva non essere abbastanza forte da sostenere un servizio autonomo oppure che il momento fosse quello sbagliato. Questa è forse la lezione più costosa da trarre da queste app epic fail: eseguire magnificamente un’idea non dimostra che quell’idea risolva un problema reale.
Snapchat: quando cambiare significa rompere un’abitudine
Snapchat merita una precisazione: non stiamo raccontando il fallimento dell’app, ma uno dei redesign più contestati della storia recente dei social. Tra il 2017 e il 2018 Snap ridisegna profondamente l’esperienza con l’obiettivo dichiarato di renderla più semplice e accessibile. Il problema è che milioni di utenti avevano già imparato Snapchat attraverso gesti, percorsi e abitudini precise.
Il nuovo design rompe quell’automatismo. Più di 1,2 milioni di persone firmano una petizione chiedendo di tornare alla versione precedente. Snapchat riconosce che il nuovo design risultava scomodo per molti utenti e introduce successivamente modifiche all’interfaccia.
Non era necessariamente sbagliato voler cambiare Snapchat, l’errore era un altro: un’interfaccia utilizzata ogni giorno non è soltanto grafica, ma diventa memoria muscolare. Spostare una funzione può sembrare una piccola scelta di design, mentre per chi la utilizza cento volte alla settimana può equivalere a cambiare la posizione dell’interruttore della luce in casa.
App epic fail: il vero horror non è fallire, ma non ascoltare
Color aveva enormi finanziamenti, Path una bella intuizione, IRL metriche impressionanti, Quibi talenti e capitali quasi irripetibili e Snapchat milioni di utenti. Eppure, in momenti diversi, qualcosa si è rotto.
Questi cinque epic fail raccontano infatti cinque errori app profondamente diversi tra loro: progettare per una rete che ancora non esiste, tradire la fiducia, confondere le metriche con le persone, investire prima di validare un comportamento e modificare un’abitudine senza comprenderne fino in fondo il valore.
Il vero mostro del product design non è un’app che fallisce (fallire fa parte dell’innovazione), ma continuare a costruire mentre tutti i segnali dicono che l’utente sta andando da un’altra parte.
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